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12/05/2009

 

Perù, sospesi i diritti costituzionali degli indigeni

“Saranno sospesi i diritti costituzionali relativi alla libertà e alla sicurezza personali, l’inviolabilità di domicilio, la libertà di riunione e di transito”: così recita un decreto – della validità di 60 giorni prorogabili – emanato dal governo di Lima, per dichiarare lo stato di emergenza nei dipartimenti amazzonici di Cusco, Ucayali, Loreto e Amazonas. Il giro di vite mira a reprimere la mobilitazione indigena che già da un mese è partita nella regione, in cui risiedono ancora alcune delle ultime comunità che vivono senza contatti con i bianchi. Vi hanno preso parte migliaia di nativi di diverse etnie, ottenendo anche l’appoggio dei popoli andini.

La protesta, promossa dall’Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Selva Peruviana (Aidesep), mira all’abolizione di una serie di decreti approvati dall’esecutivo lo scorso dicembre all’interno del piano di adeguamento della legislazione peruviana al trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, entrato in vigore a febbraio. Ad aver suscitato la reazione degli indigeni sono le disposizioni relative all’amministrazione delle foreste e delle risorse idriche, che oltre a ledere i diritti fondamentali degli indigeni sui loro territori ancestrali – aprendo tra l’altro la strada alla privatizzazione dell’acqua, che l’organizzazione denuncia come “cosa fatta” già da febbraio – sarebbero estremamente dannosi per l’ambiente; ma altrettanto funzionali allo sfruttamento petrolifero dell’area, che le azioni degli indios già stanno ostacolando.

I comunicati pubblicati dall’Aidesep sul proprio sito nell’ultimo mese presentano una lunga lista di blocchi stradali e fluviali, sit-in, appelli alle istituzioni; e proprio le azioni di disturbo alle vie di comunicazione – l’ultima il dieci maggio – hanno finito per cozzare con gli interessi delle compagnie petrolifere attive nella zona. Queste lamentano infatti “attività svolte a paralizzare il loro lavoro”, impedendo il regolare rifornimento di viveri ed equipaggiamento ai lavoratori dei pozzi. Apice della diatriba è il blocco del fiume Napo, per forzare il quale – denunciano Aidesep e l’osservatorio indipendente “Salva le Foreste” – la compagnia francese Perenco avrebbe utilizzato una nave cannoniera della marina peruviana lo scorso 17 aprile.

Anche l’argentina Pluspetrol è entrata in rotta di collisione con i nativi: il Programma di Difesa dei Diritti degli Indigeni (PDDI) denuncia con un comunicato del 22 aprile che la compagnia petrolifera avrebbe impedito ad una delegazione di ispettori indipendenti di raggiungere il distretto di Andoas, per raccogliere la testimonianza delle vittime degli abusi e dell’inquinamento ambientale imputabili allo sfruttamento dei pozzi.  L’aereo che li trasportava sarebbe stato dirottato verso il distretto di San Lorenzo, “ponendo a rischio la stessa vita degli occupanti del velivolo per insufficienza di carburante”. D’altronde, la Pluspetrol non è nuova ai conflitti con i locali: già lo scorso anno la compagnia aveva denunciato 25 persone per l’occupazione delle installazioni petrolifere durante una protesta sindacale.

Pare quindi configurarsi una confluenza di interessi tra governo e compagnie petrolifere nel reprimere la rivolta indigena. Peraltro, i tentativi di giungere ad un compromesso sulle disposizioni legislative in questione non sono andati buon fine: per ora si è giunti soltanto – lo scorso 8 maggio – all’approvazione da parte del Congresso di una raccomandazione per la “rivalutazione” dei provvedimenti, peraltro con delle modifiche volte a renderla più blanda rispetto al testo originariamente proposto: ad esempio – ha spiegato alla radio il parlamentare Roger Najar – nella frase “le disposizioni legislative ledono gli obblighi imposti dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro”, il verbo “ledono” è stato sostituito con “non concordano”.

Intanto il primo ministro Yehude Simon ha ammesso ai microfoni dell’emittente radiofonica RPP che la protesta indigena “ha un fondamento”, aggiungendo tuttavia che “se i decreti legislativi venissero soppressi, 28 milioni di peruviani soffrirebbero le conseguenze di veder cancellati i contratti petroliferi da cui dipende lo sviluppo”. Rimangono comunque i timori riguardo agli abusi a cui potrebbe prestarsi il decreto di sospensione dei diritti costituzionali, nei confronti di un popolo indigeno già stretto tra politica e oro nero.

Articolo di Chiara Andreola tratto da IFG online
 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

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