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comitato di solidarietà con i popoli nativi americani

Riflessioni

Alcune riflessioni riguardo all'articolo "Addio al buon pellerossa" di Mauro Calamandrei, 
pubblicato su Il Sole-24 Ore del 12-10-2003, p. 30.

 

Naila Clerici

 

Una volta avevamo un modo di dire quando qualcuno sparlava di qualcun altro per il mero gusto di farlo: "Ha parlato Radio Serva"; con tutto il rispetto per le serve, che con il nuovo linguaggio politically correct non esistono più, mi sembra che l'articolo de Il Sole-24 Ore del 12-10-2003 avesse proprio questo scopo di parlare a sproposito per il solo gusto di fare notizia nel giorno della cosiddetta "scoperta dell'America"; che può essere lo stile dei giornali che ci raccontano tutte su dive ed ex famiglie reali, ma non per Il Sole-24 Ore che è conosciuto anche per le sue pagine culturali.
Possibile che, come al solito, non si chieda il parere di un esperto (ce ne sono che scrivono in modo piacevole e non ridondante (sulla rivista TEPEE che dirigo, vedete articoli, segnalazioni di libri e siti web) e non il solito giornalista-inviato speciale che nei suoi viaggi "mordi e fuggi" deve pur trovare qualcosa da dire.
Sono anni che questa verità banale che l'Indiano Americano, il Nativo Americano (per favore smettiamola di chiamarlo Pellerossa!) non è né buono, né cattivo, ma semplicemente umano viene ribadita; ne consegue che anche gli indiani hanno agito a seconda delle situazioni contingenti di carattere economico o politico.
Come si può dire che nessuno abbia mai parlato di schiavitù, guerra o cannibalismo rituale. Persino chi legge solo in italiano può avere informazioni al riguardo!
Facciamo semmai una riflessione sull'informazione corretta politicamente, che è un'esigenza sentita in modo molto forte in Nordamerica da tutti i gruppi etnici e da vari settori della società. In base a questo principio, molte verità storiche vengono taciute (Zinn) nei libri di storia, nelle mostre, nei programmi televisivi. 
Si pensi che nel 1992 (Cinquecentenario della "scoperta") i curatori di una grossa mostra sulla conquista del continente e sulla frontiera furono costretti a cambiare le didascalie perché ai politici non andava bene che si sminuisse il ruolo dei pionieri "destinati" a cambiare il paesaggio delle praterie (poi) statunitensi.
Per le stesse ragioni si fa oggi attenzione ad "omettere" certe realtà scomode (sempre secondo il nostro metro di giudizio occidentale) relative alle culture amerindie, o afroamericane, mentre in passato era solo la maggioranza angloamericana a detenere il controllo dell'informazione.
Sono passata l'estate scorsa da Wounded Knee e sul cartello con le informazioni storiche sull'evento la scritta "massacro" è piantata con i chiodi sopra la scritta "battaglia", a dimostrare come sia stata recente la divulgazione di nuove prospettive storiche che mettevano in luce la politica di genocidio attuata nel corso del XIX secolo.
Io sono convinta che i lettori italiani non siano così stupidi da aver bisogno di titoli eclatanti per leggere le notizie e siano perfettamente in grado di recepire le teorie degli studiosi: perché i direttori di molti dei nostri giornali non fanno uno sforzo in questo senso? Smettendo anche di mettere le solite foto di repertorio con gli indiani col copricapo di penne, anche, come in questo caso, si parla di aree culturali diverse.
Analizzi Mauro Calamandrei la politica paternalistica nei confronti degli indiani del governo statunitense e canadese e capirà che, quando non si lavora con la gente, ma si impone un cambiamento forzato (acculturazione, sedentarizzazione, sfruttamento delle risorse senza condividere gli introiti con gli abitanti originari) si può tranquillamente parlare di neocolonialismo.
Nessun studio serio ha mai affermato che non esistevano tensioni e guerre intertribali prima dell'arrivo degli Europei, che queste guerre fossero così violente ne dubito (e saranno semmai gli archeologi a trovare nuove evidenze e non gli antropologi), fratricide sembra strano (semmai ci sono casi di fazionalismo interno oltre che tensioni con gruppi tribali limitrofi), dovute a superstizioni mi sembra difficile da documentare (come si può affermarlo per un periodo preistorico?). Se c'era competizione tra i vari gruppi tribali era per necessità di controllare un dato territorio, per vendicare l'uccisione di qualcuno del proprio gruppo... 
Per quanto riguarda poi le guerre intertribali del "XVI e XVII secolo" (io direi del XVIII e XIX secolo, perché prima la cultura delle Pianure quasi non esisteva), molti studiosi parlano della competizione tra i gruppi dovuta più alla ricerca di gloria personale che al desiderio di distruggere l'avversario. Non perché gli indiani fossero "buoni", ma perché finché non arrivarono altri indiani dall'Est (perché le loro terre erano state invase dai coloni) e poi non giunsero i cercatori d'oro, e così via, il territorio a loro disposizione era vasto a sufficienza e non c'era necessità di annientare l'altro.
Per quanto riguarda gli Anasazi, io ho persino un filmato (venduto ai turisti parecchi anni fa) che afferma che una delle ragioni dell'abbandono di quegli insediamenti "costruiti a metà della mesa per ragioni difensive" fu la possibilità che altri gruppi nativi avessero invaso quelle terre, oltre al fatto che ci fu in quell'area un lungo periodo di siccità intorno al XIII secolo che potrebbe aver determinato l'abbandono di alcuni siti.
Questo non vuol dire "culto della violenza" (se c'erano tensioni tra i gruppi erano determinati dalla necessità di controllare le terre coltivabili), "immolazioni di streghe" e "cannibalismo rituale". Ve lo immaginate come fa un archeologo ad interpretare i reperti affermando che in un dato luogo sono state immolate delle streghe? Quanto al cannibalismo rituale, nessuno nega la sua pratica nell'area mesoamericana: ci può essere stata qualche influenza nel Sud-ovest? È possibile. Teniamo ben presente che la storia può cambiare se si trovano nuovi documenti o reperti, ma la "verità" ha molte sfumature a seconda di come è interpretata da chi scrive: basta "dimenticare" qualche elemento o evidenziarne altri per far vedere le cose da un altro punto di vista.
Anche gli indiani sono fautori del politically correct? In qualche caso anche loro preferiscono "omettere", o lasciano correre se circola uno stereotipo positivo, ma sta a chi detiene i mezzi di informazione favorire la formazione di una coscienza critica nel lettore, senza "caccia agli Indiani".

CHE COSA LEGGERE:
C. F. FEEST (a cura di), La cultura degli Indiani del Nordamerica, Koenemann Verlag, Koeln 2000.
COLYN F. TAYLOR WILLIAM C. STURTEVANT, Indiani d'America, Milano, Idea Libri, 1993.
Tepee, pubblicazione periodica dell'associazione Soconas Incomindios, Via San Quintino 6 10121 Torino  <www.soconasincomindios.it>.
Tiberini Elvira Stefania, Senza Riserve. Etnologia del Nord America, Roma, Bulzoni, 1999.
HOWARD ZINN, A People's History of the U.S., Haroer Perennial, New York, 1980

Questo è il testo originale:

"Addio al buon pellerossa" di Mauro Calamandrei, Il Sole-24 Ore, 12-10-2003, 30.

Non ho mai creduto all'innata bontà del nobile selvaggio e ancor meno alle teorie contemporanee sui pellerossa americani come vittime imbarbarite dall'imperialismo materiale e spirituale dei bianchi. Ma non avrei mai immaginato che nel corso di una nuova visita agli alveari di abitazioni e fortezze di Mesa Verde e nei colloqui avuti al Center of Southwestern Studies di Durango avrei scoperto testimonianze e ricerche su unità tribali devastate e perfino distrutte da interminabili guerre fratricide fra indiani e indiani, da superstizioni e da moltissimi casi di cannibalismo di cui tanti indiani di oggi preferiscono non parlare. Altro che nobili e pacifici selvaggi! Le più recenti ricerche antropologiche documentano una straordinaria continuità fra le tante forme di violenza che esistevano nei territori occupati da diverse tribù prima della scoperta dell'America e il dilagare di guerre e devastazioni fra i popoli delle praterie del Nord America a cominciare dal XVI e XVII secolo in poi, indipendentemente dai contatti con spagnoli, francesi o anglosassoni. I resti delle 217 stanze del Cliff Palace scavata nella roccia a 60 metri di altezza dal fondo del Canyon di Mesa Verde, che si trova a una cinquantina di chilometri dalla deliziosa cittadina di Durango creata all'epoca della corsa all'oro e l'argento, le rovine del complesso della Spruce Tree House, le costruzioni di Square Tower House sono ammirati ogni anno da centinaia di migliaia di visitatori come altrettante prove delle tradizioni secolari non solo edili, ma anche artistiche degli Anasazi; ma sono solo gli edifici più accessibili fra i tanti costruiti da questi indiani nelle pareti a strapiombo di vari canyon scavati da milioni di anni di erosione in modi non diversi da quelli del fiume Colorado nel Grand Canyon.
I custodi del parco sono solleciti nell'indicare gli spazi in cui più di mille anni fa le donne costruivano i canestri con la tecnica a spirale spigata e quelli in cui li impermeabilizzavano con la pece per contenere acqua o mais; e incoraggiano giovani e vecchi a usare la scala a pioli per scendere in uno dei Kivas, gli spazi circolari sotterranei in cui gli indigeni danzavano intorno al fuoco e dove vi svolgevano riti propiziatori per la caccia, la pioggia o i raccolti. I turisti più avventurosi si arrampicano come acrobati a più di 100 metri passando da una scala sospesa nel vuoto a un'altra, fino a uscire da Balcony House strisciando a carponi in un tunnel.
In realtà in poco più di 100 anni da quando è stata riscoperta la civiltà degli Anasazi che erano cacciatori e agricoltori, dei 4.000 siti archeologici finora identificati ne è stata esplorata soltanto una piccola frazione. L'anno scorso David Roberts e tre suoi amici alpinisti hanno trovato in un luogo prima inaccessibile un magazzino pieno di pannocchie di mais nel perfetto stato di conservazione in cui erano state nascoste più di 800 anni fa. Però in tante guide turistiche e anche nel materiale di solito così accurato del National Park Service cerchi invano di sapere perché mai le porte e le finestre degli edifici di Mesa Verde siano così incredibilmente basse e strette, perché tanti spazi creati con un'abilità paragonabile a quella dei migliori ingegneri moderni siano situati in luoghi ai quali è quasi impossibile arrivare e perché improvvisamente, verso la fine del XIII secolo, migliaia di siti scavati con tanta cura negli anfratti della montagna siano stati improvvisamente abbandonati; alcuni di questi erano stati costruiti solo pochi anni prima.
Le risposte più convincenti - anche se non necessariamente complete e definitive - si trovano in alcuni libri e articoli recenti e recentissimi nonché in altre ricerche in corso condotte da studiosi come Steven LeBlanc della Harvard University, Steve Lekson della Colorado State University, Christy Turner della Arizona State University, Lawrence Keeley dell'University of Illinois (Chicago) e Andrew Gulliford che dirige il Center For Southwest Studies del Ford Lewis College di Durango. "Oggi quasi tutti concordano sull'ipotesi secondo cui, dopo più di 7 secoli di crescente prosperità, nella seconda metà del XIII secolo le comunità degli Anasazi siano state colpite da una grossa crisi e che molti dei palazzi di pietra, argilla e mattoni confinati negli angoli più inaccessibili dei canyon siano segni di quella crisi piuttosto che geniali manifestazioni di creatività", dice il professore Gulliford. "Ma non deve sorprendere che sull'origine e le caratteristiche della crisi non ci sia consenso perché non solo indaghiamo su eventi avvenuti tanto tempo fa, ma ancor più perché gli Anasazi non avevano scrittura. Dobbiamo perciò cercar d'interrogare reperti come le ceneri di un incendio o di un focolare, rifiuti o frammenti di scheletri animali o di esseri umani".
Per molte generazioni gli Anasazi erano vissuti nelle grandi case ritrovate dagli archeologi sull'altipiano, dove avevano cacciato selvaggina e coltivato zucche, mais e fagioli. Secondo una teoria avevano cominciato a costruire torri e abitazioni fortificate solo quando ebbero bisogno di fuggire alle incursioni dei Navajo o degli Apache in arrivo dal Nord, o dei Toltec in arrivo dal Messico. Un altro elemento catastrofico potrebbe essere stata un'orrenda carestia; sulla base dei rilievi dendrografici ricavati dagli alberi fossilizzati si sa che nel periodo fra il 1276 e il 1299 il Southwest fu colpito da una delle peggiori siccità della storia umana. Il suo impatto sarebbe stato particolarmente orrendo su una tribù la cui popolazione si era moltiplicata molto velocemente, causando un consumo troppo rapido della selvaggina e dei boschi e riducendo sempre più la fertilità del suolo. Continuando sulle orme di LeBlanc e di Christy Turner, Stephen Lekson cerca invece le radici della crisi nella "socializzazione della paura" creata dalla dittatura di una minoranza di criminali che già nel XII secolo diffondevano il terrore con arbitrarie esplosioni di violenza e frequenti esecuzioni. Le scoperte più inquietanti però sono le devastazioni e gli incendi di interi insediamenti, il grande numero di cadaveri abbandonati senza sepoltura e i casi altrettanto numerosi e inequivocabili di cannibalismo. Christy Turner ha esaminato minutamente ben 76 casi di antropofagia e nelle sue ricerche a tutto campo di War before Civilization e in altri saggi Lawrence Keeley confuta la tesi secondo cui la guerra e la violenza sarebbero comparse fra i popoli primitivi del nuovo mondo soltanto dopo l'arrivo degli europei.
Chiedo al professore Gulliford perché fuori del ristrettissimo circolo degli specialisti, il grosso pubblico e perfino le persone colte sappiano poco o nulla delle molteplici forme che avrebbe assunto fra gli indiani il culto della violenza. "Noi stessi abbiamo difficoltà a discutere in aula questi temi perché tanti studenti, per lo più indiani, mon vogliono sentire parlare di guerre fratricide, immolazione di streghe o cannibalismo rituale". Come nota un funzionario in pensione di un museo di storia naturale, nell'epoca della correttezza politica, quando sono state approvate leggi che ordinano di dar nuova sepoltura nelle terre sacre ai resti umani ospitati nei musei, è alquanto difficile presentare un'immagine in così netto conflitto con il mito dell'indiano pacifico, dedito al culto degli antenati, che vive in perfetto equilibrio ecologico e in perpetua sintonia con i ritmi della natura. "Ovviamente i dirigenti delle tribù non voglio che si sappia che si trovano sempre più frequentemente resti di esseri umani cannibalizzati e trattati come letame qualunque".

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